Il Film della Settimana: La casa di Jack (2018)

La casa di Jack

Iniziamo la settimana con un film molto discusso dalla critica, La casa di Jack (titolo originale The House That Jack Built). L’enfant terribile del cinema, Lars von Trier, è tornato con uno dei suoi film più stimolanti e conflittuali, mettendo a confronto l’arte e la filosofia, la vita e l’omicidio.

Il titolo del film è un richiamo ad una filastrocca inglese per bambini, “This is the house that Jack built”, costituita da un susseguirsi di strofe senza senso, in cui l’elemento principale è l’accumulo, e in sottofondo c’è l’ossessività, come quella che porta a contare di continuo le cose, il disturbo ossessivo compulsivo che porta al perfezionismo maniacale, quello di Jack (Matt Dillon) che vuole costruire una casa perfetta.

La Casa di Jack: Trama e recensione

Jack è un prodigioso serial killer. In dodici anni ha ucciso numerose persone ed è in viaggio verso l’inferno letterale, accompagnato da un uomo che si fa chiamare Verge (Bruno Ganz). Mentre viaggiano attraverso i circoli dell’Inferno, Jack descrive cinque dei suoi crimini più brutali (che lui stesso chiama incidenti), facendoci assistere inermi all’evoluzione della sua follia. L’azione è ambientata negli anni ’60 e ’70, ma difficilmente entra in contatto con i dettagli di quei tempi (a parte gli oggetti di scena e costumi). Il suo primo “incidente” fu quello che ebbe come protagonista una donna (Uma Thurman) che gli aveva chiesto soccorso per strada.

I crimini di Jack diventano sempre più violenti e riprovevoli: si tratta di un thriller affascinante, ma non adatto a spettatori particolarmente sensibili. Jack immagina i suoi elaborati omicidi come opere d’arte, non a caso le sue vittime preferite sono donne per lo più ingenue.

Mescolando umorismo nero pungente e riflessioni sulla storia, l’architettura e il cinema, Von Trier crea una ricerca radicale e incredibilmente personale sulla violenza e gli atti gemelli della creazione e della distruzione.

Nella sua giovinezza, Jack aspirava a diventare un architetto, ha rispettato l’insistenza di sua madre di diventare invece un ingegnere e, avendo ereditato una grande somma di denaro, tenta di soddisfare la sua ambizione da lungo tempo frustrata. In una resa metaforica del titolo del film, acquista un pezzo remoto di proprietà sul lago, progetta una piccola casa che costruisce come modello di carta nel suo studio incontaminato e si prepara a costruirla.

Te lo consiglio perché

Matt Dillon è magnifico nel ruolo di Jack: un serial killer terribilmente cordiale e contemplativo che vede il suo lavoro al servizio dello scopo superiore dell’arte e della filosofia.

E come riesce ad essere luce e buio insieme, il film di Von Trier riesce ad essere affascinante e insopportabile allo stesso tempo, didascalico (le riflessioni estetiche di Jack) e autoironico (i commenti critici di Verge). E comprendendo nel suo film tutto, anche lo spettatore (costantemente coinvolto e di cui anticipa le critiche), non lascia fuori niente.

La Casa di Jack è un pugno allo stomaco, la violenza mostrata è così iperrealistica da far distogliere lo sguardo. Eppure anche il nostro mondo è un macello a cielo aperto: a ricordarlo non solo i documentari dei campi di concentramento di Auschwitz, con i corpi accatastati l’uno sull’altro, ma l’esposizione artistica e macabra dei trofei di caccia. Tutto rinvia alla violenza insita nei meccanismi di sopraffazione, appena celati dal velo ipocrita della civilizzazione. Von Trier amplia questa condizione estremizzandola ed esaltando il protagonista, facendogli vestire i panni di Dante accompagnato da Virgilio.

I colori tenui pastello dipingono a contrasto scene orripilanti nella prima parte, mentre, nella seconda, i colori vividi forti come il rosso carminio esaltano le scene visionarie, il fiume degli inferi e il sangue dei dannati. Un film che rappresenta un duplice viaggio: quello in cui Virgilio viene accompagnato all’interno della mente di Jack, percorrendo la serie dei suoi efferati crimini ed analizzando il suo punto di vista sull’artisticità delle sue prodezze, e quello nel quale il celebre serial killer viene condotto all’inferno.

Snodandosi tra filosofia e mito, passando attraverso psicologia e surrealismo, la pellicola rappresenta una sublimazione del mostro che indaga sé stesso e le proprie convinzioni. Anche questa volta, così come con Nymphomaniac e Melancholia, Lars Von Trier rappresenta il suo modo di vedere il mondo con originalità.

Le cattedrali antiche hanno spesso capolavori nascosti nei punti più bui, perché solo Dio possa vederli. Lo stesso vale per gli omicidi

Jack

Ileana Barilla

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