Il film della settimana: Il labirinto del fauno (2006)

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Questa settimana parliamo di un film molto particolare, in cui si rilegge la realtà storica in chiave fantasy-horror: il labirinto del fauno di Guillermo del Toro.

Si tratta della seconda parte di un duo di film fantastici dello stesso regista (la prima è La spina del diavolo del 2001) ambientati durante la guerra civile e il dopoguerra spagnolo.

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Il labirinto del fauno: trama e recensione

Nella Spagna del 1944, mentre il capitano dell’esercito Vidal dà la caccia agli ultimi oppositori del regime franchista, la sua figliastra Ofelia scopre un mondo fantastico in un labirinto di pietra nel bosco.

Qui, mentre si guarda attorno, appare un Fauno in carne ed ossa che sembra conoscerla e le si rivolge con rispetto. Le spiega che in realtà è la reincarnazione della principessa Moana, figlia del Re del Mondo Sotterraneo, che scomparve tempo addietro quando giunse nel mondo degli umani.

Lei potrà ritornare nel Mondo Sotterraneo solo superando tre prove, che dimostreranno che la sua essenza immortale non è stata corrotta dalla sua vita mortale.

Il labirinto del fauno è uno dei più grandi film fantasy, anche se è saldamente ancorato alla realtà della guerra. A prima vista, è difficile comprendere un film che da un lato fa vedere fauni e fate e dall’altro crea un sadico disumano con l’uniforme dei fascisti di Franco. I fauni e le fantasie sono visti solo dalla protagonista di 11 anni, ma questo non significa che li stia solo sognando: sono reali come il capitano fascista che uccide con la più debole scusa. La coesistenza di questi due mondi è uno degli elementi più spaventosi del film.

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Qui, come e più che in La spina del diavolo, esiste una narrazione a due livelli, il realistico e il fantastico, che si alternano con sottile disinvoltura. Il regista vince la scommessa della mescolanza e che suggerisce il nesso tra i due mondi: come, rispetto alle mostruose creature della fiaba, il vero mostro sia il capitano Vidal. Grazie all’ottimo contributo di Guillermo Navarro (fotografia), Eugenio Caballero (scene), David Marti (effetti speciali), in questa parte fiabesca il film si ispira alla pittura di Goya e dell’illustratore Arthur Rackham. Oscar a scene, fotografia, trucco. Il labirinto del fauno è infatti visivamente sbalorditivo: le creature non sembrano creazioni cinematografiche, ma veri e propri incubi (soprattutto l’Uomo Pallido, i cui occhi sono posti nei palmi delle mani).

Il corto circuito continuo tra realtà storica e fantasia, vissuto attraverso la visuale di una bambina, vittima innocente, in entrambi i piani, degli eventi che la travolgono, ha un ritmo potente e coinvolgente. Lo spettatore viene condotto in un crescendo narrativo ed emotivo impressionante e talvolta difficilmente sostenibile per l’intensità e la forza delle immagini. Un crescendo che culmina nell’efficacissimo finale in cui i drammi vissuti dalla bimba sui due diversi piani, fino ad allora vissuti in modo parallelo, finiscono per confluire moltiplicandone la drammaticità.

Film saturo di violenza e di colori: nonostante i terrificanti abitanti del labirinto, il vero mostro del film è il capitano Vidal, la vera incarnazione del Male, che non esita ad uccidere ed a seminare paura e morte per ottenere la vittoria facile. Per Del Toro, il fascismo è l’orrore con la O maiuscola, che ti costringe a compiere scelte dolorose e che ti distrugge, ti uccide pezzetto per pezzetto non solo fisicamente, ma soprattutto moralmente. La piccola Ofélia e gli abitanti del labirinto rappresentano coloro che lottano, si ribellano al Male per una vita migliore e più felice. Drammatico, commovente e ben riuscito il metaforico finale.

Incipit del film

Tanto tempo fa, nel regno sotterraneo. Dove la bugia, il dolore, non hanno significato, viveva una principessa che sognava il mondo degli umani. Sognava il cielo azzurro, la brezza lieve e la lucentezza del sole. Un giorno, traendo in inganno i suoi guardiani, fuggì. Ma appena fuori, i raggi del sole la accecarono, cancellando così la sua memoria. La principessa dimenticò chi fosse e da dove provenisse. Il suo corpo patì il freddo, la malattia, il dolore, e dopo qualche anno morì. Nonostante tutto, il Re fu certo che l’anima della principessa avrebbe, un giorno, fatto ritorno, magari in un altro corpo, in un altro luogo, in un altro tempo. L’avrebbe aspettata, fino al suo ultimo respiro. Fino a che il mondo non avesse smesso di girare.

Ileana Barilla

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