Il film della settimana: La casa dalle finestre che ridono (1976)

la casa dalle finestre che ridono

Questa settimana consigliamo un film made in Italy, ormai diventato un cult del genere horror: La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati.

Uno dei film più famosi del regista, che trasforma la Bassa padana, assolata, sonnacchiosa e con tanti scheletri nascosti negli armadi, nel teatro ideale per un noir.

La casa dalle finestre che ridono: trama e recensione

Agli inizi degli anni ’60, in un paese della Bassa Ferrarese arriva un giovane restauratore di nome Stefano (impersonato da Lino Capolicchio) per ripristinare un affresco sulla morte di San Sebastiano, dipinto da un artista locale noto per l’insania e per aver immortalato soggetti in agonia, morto suicida trent’anni prima.

Si trova poi coinvolto in una bieca atmosfera e, dopo morti violente e colpi di scena, scopre a sue spese una orribile verità. Un suo amico d’infanzia che ha appena scoperto qualcosa di scomodo viene ucciso, qualcuno cerca di intimorirlo e nel dipinto riaffiorano alla luce due donne, due torturatrici, che nulla hanno a che vedere con il soggetto sacro. 

La vicenda si sviluppa lentamente, portando a galla gradualmente paura e inquietudine, fino a rivelare l’abisso della follia. Le atmosfere cupe, umide, la nebbia che s’insinua fra i vicoli e nelle coscienze degli individui, i personaggi inquietanti che popolano questa provincia profonda e sperduta, la musica e i tasti d’un pianoforte che accompagnano in modo angoscioso i momenti topici del film rendono la casa dalle finestre che ridono un buon prodotto, da riscoprire.

Di particolare rilievo il senso del paesaggio, il gusto della dismisura, l’inclinazione al grottesco, la direzione degli attori e la cura dei particolari.

Te lo consiglio perché

Nella pellicola di Pupi Avati a spaventare di più non sono tanto gli omicidi, anche se efferati e brutali, bensì l’incredibile silenzio e la complicità dei compaesani, i quali, non solo non denunciano i crimini, ma addirittura aiutano a procurarsi nuove vittime.

Stefano e la giovane maestra si ritrovano invischiati in un’enorme trappola, da cui apparentemente non c’è via di scampo. A contrastare in modo tremendamente efficace con le solari inquadrature del paesaggio emiliano, il regista pone le riprese tetre ed inquietanti effettuate all’interno della casa dove i due giovani alloggiano. Come se non bastasse, la colonna sonora di Tommasi, classica nenia angosciosa e ripetitiva da horror, carica di ancor maggior drammaticità una pellicola già di per sé conturbante.

Ottimo film da gustare tutto d’un fiato, fino al finale che lascia con il cuore in gola per la paura.

Ma questo è un grande pittore. Solo un grande artista può dare un senso così vero alla morte. Ha capito tutto.

Stefano

Ileana Barilla

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