Il film della settimana: Babadook (2014)

babadook

Continua la nostra rubrica a tema horror/gotico di Ottobre: oggi parliamo di Babadook di Jennifer Kent.

Una favola nera che mixa con abilità un cocktail di sensazioni, interrogativi e rimodulazioni del male.

Babadook: trama e recensione

Sono sei anni che è morto il marito di Amelia e sei anni che è nato Samuel, suo unico figlio, cresciuto senza padre da una madre single in grandi difficoltà economiche e distrutta dallo stress causato dalla sua iperattività.

Il bambino non dorme bene, la tiene sveglia, spaventa i compagni, si fa riprendere a scuola, è violento, non ha molti amici per via di un temperamento esagerato e la stessa madre arriva quasi ad odiarlo.

Le cose non migliorano quando nella loro vita si materializza un libro di favole diverso dagli altri, molto nero, cupo e spaventoso che viene prontamente messo via dopo la prima lettura, ma continua a ripresentarsi fino a che la sua storia di un uomo nero dal nome Babadook non comincia lentamente ad avverarsi e intrappola i due nella loro stessa casa.

The Babadook non è film dell’orrore come gli altri: questo è subito evidente dalla prima inquadratura di Amelia che nei suoi sogni dolcemente cade nel letto in cui si sveglierà.

Te lo consiglio perché

La regista australiana fonde la conoscenza della paura con l’indagine di un carattere femminile sui generis. L’horror può avere molti fini: smuovere un profondo senso di instabilità e risvegliare fantasmi di terrore nello spettatore serve a qualcos’altro, è solo la prima parte di un processo che termina altrove.

Il suo film, che si presenta come una classica storia di famiglie perseguitate rinnega qualsiasi luogo comune della messa in scena horror, non usa mai impennate sonore o apparizioni improvvise per prediligere un tono cinereo, una fotografia studiata in armonia con l’arredamento della casa (set principale di tutta la storia), in un continuo grigio funereo che solo lentamente lascia emergere il suo uomo nero.

Nella sua storia di paura avviene una caratterizzazione profonda della protagonista, donna al limite da tutte le parti: madre single disperata, in cerca di un inconfessabile desiderio d’amore, abbandonata da tutti e apparentemente destinata alla follia. Jennifer Kent fa così uso delle migliori idee del moderno horror americano e delle psicosi mentali.

Amelia nella sua lotta contro Babadook per salvare il figlio diventa le favole che legge a Samuel, i cartoni che vede in televisione, il lupo travestito da agnello, arriva a bussare alle porte e minacciare di abbatterle.

Le idee attraverso le quali The Babadook colpisce il cerchio delle regole del cinema horror (le fughe, le lotte contro la minaccia, i coltelli e le possessioni) e la botte di un sentimentalismo finalmente non di facciata sembrano non finire mai, il suo lungo delirio e la caccia che occupa tutta la seconda parte sono un piacere per gli occhi e, cosa rara, il terrore che infonde una profonda sensazione di disagio nei confronti del nero che respingiamo nell’angolo del nostro cervello per poi ritrovarlo che emerge dalle ombre, dentro gli armadi o sotto i letti.

E proprio quando sembra che il film stia finendo, quando pare che il delirio di invenzioni e splendore debba terminare, The Babadook presenta un finale come non si era mai visto, che getta una luce ancora diversa su tutta la storia per svelarne la natura di favola morale.

È soltanto un libro, non può farti del male.

Amelia

Ileana Barilla

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