Il film della settimana: Pieles (2017)

pieles

Iniziamo questa nuova settimana con un film molto particolare: Pieles di Eduardo Casanova.

Una riflessione diretta sull’accettazione di sé e il confronto con un mondo stereotipato.

Pieles: trama e recensione

Anno 2000. Un uomo, mentre la moglie gli annuncia al telefono di aver appena dato alla luce il figlio, discute con la padrona di un particolare bordello, dato il suo feticismo nei confronti delle persone deformate.

17 anni dopo vengono raccontate altre storie aventi sempre come comune denominatore e come fulcro la pelle: c’è una povera ragazza che si ritrova l’ano al posto della bocca, costretta a sopportare le terribili conseguenze, con un profondo desiderio di possedere un aspetto normale.

Un diciassettenne che non riconosce come appartenenti al suo corpo le gambe, tentando in ogni modo di amputarsele, volendo al loro posto una coda come quella delle sirene, poiché a detta sua loro sono felici.

Una donna affetta da nanismo che vuole semplicemente un figlio, che per lavoro indossa il costume di un personaggio per bambini, ovvero una pelle non sua.

Una coppia col viso diverso dagli altri che comprenderà che la felicità non è la loro convivenza, ma il perseguimento dei propri sogni e progressivamente saranno consci dell’inutilità e della forzatura del loro rapporto, messo a dura prova anche da un pretendente di lei.

Infine una prostituta cieca alla ricerca di chi impari a conoscerla e ad apprezzarla come persona, e non come oggetto.

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I protagonisti appartengono a quella categoria del mostro inteso sia come diverso che come bestia nel senso letterale del termine, dato che vengono inseguiti o per essere derisi, o come mero oggetto (economico/sessuale), oppure da malati, opposti a loro, deformati interiormente, non esteriormente. Casanova riesce a costruire un impianto narrativo molto efficace attraverso un grande ritmo e dialoghi interessanti e magnetici, grazie anche agli attori, che ci introducono in un mondo solo apparentemente pulito e ordinato, ma in realtà sporco e crudo.

Mentre la scenografia è sui toni del rosa, risultando molto graziosa, le situazioni sono piene di eccessi, coadiuvate da un trucco molto realistico. Le storie sono soprattutto tristi e in molti momenti commoventi, facendo immedesimare lo spettatore nelle vite dei personaggi, a tal punto da indurlo a chiedersi se il suicidio sia l’unica via d’uscita da una vita così sfortunata.

Per fortuna alla fine il regista mostra il suo lato ottimista, prendendoci in giro facendo pensare a dei brutti finali. Solo alla morte non c’è rimedio, sembra volerci comunicare.

Il nostro corpo determina le nostre relazioni sociali, che lo vogliamo o no. Pieles racconta la storia di persone deformi costrette a nascondersi, ma sempre connesse tra di loro. Samantha, che ha il sistema digestivo retroverso, Laura è invece una ragazza nata senza occhi, e Ana, una donna che ha il volto sfigurato. Personaggi solitari che lottano per trovare il proprio posto in una società che accetta solo corpi perfetti, sempre volta ad emarginare chiunque sia diverso. Un’opera vera e propria, originale, per nulla banale e con tanta arte poetica, da guardare assolutamente.

L’orrore siamo noi stessi

Ileana Barilla

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