Il film della settimana: Il discorso del re (2010)

Il discorso del re

Nuova settimana, nuovo film: oggi parliamo de Il discorso del re di Tom Hooper.

Vincitore di ben 4 premi Oscar, è interpretato da Colin Firth, Geoffrey Rush e Helena Bonham Carter.

La trama è ispirata ad una storia vera, in particolare i problemi di balbuzie del re Giorgio VI e il rapporto con il logopedista che lo ebbe in cura. Il discorso al quale si fa riferimento nel titolo è quello attraverso cui il re annunciò al Regno Unito la dichiarazione di guerra alla Germania, con il conseguente ingresso della nazione nella Seconda guerra mondiale.

Il discorso del re: trama e recensione

Duca di York e secondogenito di re Giorgio V, Bertie (Colin Firth) è afflitto dall’infanzia da una grave forma di balbuzie che ne compromette la considerazione da parte del padre, la benevolenza della corte e l’affetto del popolo inglese.

Suo malgrado, il giovane è costretto suo a parlare in pubblico e attraverso la radio, canale di comunicazione principale durante gli anni Trenta. Il Duca di York deve quindi rieducare sua la balbuzie, trovare le parole e far uscire la voce.

Per riuscirci gli vengono in soccorso Lady Lyon (Helena Bonham Carter), sua premurosa consorte, e le tecniche poco convenzionali di Lionel Logue (Geoffrey Rush), logopedista di origine australiana. Giorgio VI riuscirà a salire al trono trovando la corretta fonazione nel suo discorso più bello, che ispirerà la sua Patria guidandola contro la Germania nazista.

Nella scena conclusiva il re corona quindi un percorso di riscatto personale che coincide con il riscatto del suo paese, dopo anni di indecisione e immobilismo.

Dopo aver raccontato la storia della Rivoluzione americana Tom Hooper volge lo sguardo verso il vecchio continente, alla vigilia del Secondo Conflitto Mondiale.

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Ne Il discorso del re, il regista britannico si concentra sul vissuto interno del protagonista, rivelando le conseguenze emotive del disagio nel parlato ai tempi della radio e in assenza del visivo. Tuttavia, non si limita a drammatizzare l’episodio di vita più rilevante del nobile York, ma costruisce un profilo biografico di verità con un contesto storico drammatico e dentro l’Europa, prossima all’arrivo della Seconda guerra mondiale.

Anche se il mondo stava precipitando nell’abisso, non era il momento di guardare al futuro con paura, soprattutto per un sovrano. Bertie, incoronato Giorgio VI, doveva quindi affrontare a testa alta il suo popolo dietro al microfono e l’immaginario radiofonico. Per riuscirci si affidò a Lionel Logue, che sostituì col proprio metodo il protocollo di corte, educando la balbuzie del suo allievo e incoraggiandolo a costruire la propria autostima, riuscendo a riprendere il controllo della propria vita e a vincere prima la guerra con le parole e poi quella contro Hitler.

Colin Firth interpreta il protagonista in modo impeccabile, solenne e appropriato nell’impersonificazione di un re che irrigidisce emozioni e corporeità nel rispetto rigoroso della disciplina. Dietro al re c’è l’eccentrico, ma magistrale Geoffrey Rush: insieme creano una coppia perfetta, viva e sincera, con una chimica e un affiatamento tali da lasciare impressionati.

Castello mio, regole mie.

Lionel Logue

Ileana Barilla

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