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Interpol – Turn on the Bright Lights

Turn on the Bright Lights

L’album “Turn on the Bright Lights” emerge nel 2001 e fin dal suo debutto, viene acclamato dalla critica specializzata come un nuovo e significativo capitolo nel revival della garage-wave. Gli Interpol, tuttavia, si rivelano un esempio straordinario di come sia ancora possibile assimilare e rinnovare generi del passato, superando i confini dell’anacronismo. Per comprendere appieno il suono del quartetto, è opportuno individuare un punto ideale di congiunzione tra l’indie rock chitarristico degli anni ’90 e il post-punk inglese dei primi anni ’80.

Esplorando l’atmosfera delle canzoni, sembra che il malcontento della desolata provincia industriale inglese si sia trasferito ai giorni nostri, al linguaggio della metropoli di New York. Grazie a Paul Banks e ai suoi compagni, il disagio di quegli anni assume oggi una dimensione più attuale, facilitando l’identificazione. È proprio in questa prospettiva che persiste il frequentemente menzionato parallelo con i Joy Division.

Le tracce dell’album Turn on the Bright Lights

Dal punto di vista musicale, “Turn on the Bright Lights” è un album oscuro, coeso, romantico, teso e minimale. Mentre negli EP iniziali mancava ancora qualcosa alla formula del quartetto per raggiungere il livello di intensità e personalità desiderato, in questo lavoro si pone un’enfasi particolare sulle chitarre e sull’urgenza comunicativa. Il suono acquisisce carattere e incisività soprattutto grazie alla sua immediata impattività: colpisce, soprattutto nei brani più noti come “Obstacle 1” e “PDA” (con un ritmo più incisivo e un Paul Banks più drammatico), per come il pathos e il rilascio emotivo si intrecciano in modo penetrante, e per come una tensione minima ma incessante, quasi minacciosa, cede al rilascio del cuore, aprendo la strada ai sentimenti e alla speranza.

In contrasto con questo senso di tumulto e incertezza, si delinea una dimensione più onirica e romantica, intrisa di atmosfere avvolgenti. Questo emerge chiaramente nell’apertura con “Untitled”, dove riverberi, un basso fluttuante si fondono in un mix evocativo che richiama influenze da Cure e Slowdive. La traccia “NYC” si distingue come la ballata per eccellenza, solenne e sacrale nei suoi riverberi, con chitarre che assumono tonalità organiche, supportate da un drumming elaborato e raffinato. “Hands Away”, con il suo crescendo pulsante di chitarre e batteria, e le stratificazioni su stratificazioni del suono, completa questa dimensione sognante e romantica.

Il disco si sviluppa attraverso questa alternanza di tonalità, con tracce come “Obstacle 2” e “Stella Was A Diver And She Was Always Down” che mettono in risalto riff incisivi, ritmi elaborati e efficaci stop and go. D’altra parte, brani come “The New” e “Leif Erikson” svelano la parte più romantica di Paul Banks, con vocalizzi che richiamano sia l’atmosfera sognante degli U2 che il romanticismo degli Psychedelic Furs.

L’album supera ogni aspettativa, consolidando il suo status di nuovo classico dei nostri tempi grazie ai plausi praticamente unanimi sia dal pubblico che dalla critica. “Turn on the Bright Lights” si è meritatamente affermato come un’opera iconica.

Buon ascolto!

Andrea Capacchione

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