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Pino Daniele – Nero a metà

nero a metà

È appena trascorso il terzo pomeriggio di marzo, baciato dal sole, quando, attraverso i microfoni di “Per voi giovani”, la voce di Raffaele Cascone si diffonde come un incensiere portato da un sacerdote, portando con sé il suono di un Mediterraneo ribelle, di un Vesuvio che balla al ritmo di jazz, funk e blues. Gli anni ’70 stanno volgendo al termine e la musica sta diventando sempre più lo specchio attraverso il quale osservare e interpretare le trasformazioni di questa città complessa e vibrante.

Nel 1980, Daniele pubblica “Nero a metà”, l’album che lo consacra definitivamente, un connubio di espressività naturale e groove, un ritmo che si insinua nel sangue e non lo lascia più.

In omaggio a Mario Musella, scomparso poco prima dell’uscita dell’album, il terzo lavoro di Daniele riesce in modo straordinario, grazie alla sua ricca varietà culturale, a sviluppare un progetto artistico che si situa al crocevia tra la tradizionale canzone d’autore italiana e il puro blues.

Analisi dell’album Nero a metà di Pino Daniele

Il magnifico prologo di questa narrazione, “I say i’ sto ccà“, è un blues dal tono malinconico che seduce con ritmi funky e un testo in anglo-napoletano. È un inno rabbioso che cerca di portare ordine nel caos circostante, sostenuto dalla potenza travolgente dell’armonica, quasi come se stesse per scoppiare un conflitto tra le note stesse.

La sublime fusione di grazia e potenza che permea l’arte di Daniele trova un epico rifugio in “Quanno chiove“, una ballata in napoletano arricchita dalla maestria della chitarra e del sassofono. L’assolo di Senese, con la sua armonia bizantina, si erge come una delle vette più imponenti della tradizione musicale. Questa composizione palpita con una malinconia ancestrale ed eterna, un sentimento che sfida il trascorrere del tempo.

e aspietta che chiove,

 l’acqua te ‘nfonne e va,

tanto l’aria s’adda cagna’

Nel contesto del blues-rock urbano di Puozze, emerge un dilemma imminente, una sorta di esperimento pseudo-reggae, che si manifesta come un’ossessione totalizzante, o più semplicemente come l’assenza dolorosa di un amato che è scappato via, lasciando dietro di sé solo dolore. Lo stesso senso di disperazione sembra permeare il lamentoso canto di Voglio di più, che ritrae con toni sepia tutte le contraddizioni di una città che spesso trascura il proprio avvenire. La chitarra di Daniele assume un’espressione vocale, un timbro e un ritmo che sembrano quasi piangere in sintonia con il tema trattato.

In Appocundria, i profumi della cultura latina si mescolano con il respiro della tradizione popolare, attraverso ritmi di tarantella e melodie di chitarra flamenco. Il brano, cantato in dialetto napoletano, celebra l’eternità e la universalità di questa lingua, tracciando un ponte tra passato e presente.

Nel manifesto di “A me me piace ‘o blues“, il dialetto ritorna in un brano dal carattere muscolare e deciso, che ricorda lo stile energico di B.B. King. Il brano, con sonorità più funky, diventa estremamente ballabile, un’esplosione di energia che fonde il blues con elementi contemporanei.

Ciò che può essere vitale per la sopravvivenza, specialmente quando manca l’amore, è quel potere sacro che Pino riesce a evocare anche con una voce sottile, tanto è il tumulto che si agita in quel cuore impetuoso; come nella rumba languida di “E so’ cuntento ‘e sta“, che evoca profumi di bossa nova, mare e un’innocenza ammaliante. La dolcezza permea anche “Alleria”, una ballata in cui il pianoforte e il basso dipingono un’atmosfera espressionista, ricca di colori e umori intrisi di nostalgia per un amore ormai perduto.

Nero a metà affronta le sfide del futuro senza abbandonare le proprie radici, mantenendosi costantemente aperto al dialogo e al confronto.

Buon ascolto!

Andrea Capacchione

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